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Rogue One: a Star Wars story – recensione

Rogue One: a Star Wars story – recensioneScore 90% Score 90%

Secondo film della gestione Disney, Rogue One mantiene in gran parte le (notevoli) aspettative del pubblico, ponendosi a mezza strada tra il più classico dei war movies (di cui ripercorre e rispetta ogni stilema e tappa narrativa) e il film sci-fi, nella fattispecie quello legato a uno dei due franchise fantascientifici più popolari di tutti i tempi, riuscendo nei molteplici compiti di fornire al grande pubblico un ottimo prodotto d’intrattenimento, all’appassionato un nuovo episodio che va ad alimentare il culto di una saga sempre più inossidabile e alle nuove generazioni una gran quantità di nuovo merchandising a cui fare posto sugli scaffali… e badi che non si parla solo di giovanissimi.

Dando per scontato che tutti conoscano la storia (che, ad ogni modo, si fa riassumere in fretta: un manipolo di ribelli coraggiosi si imbarca nella missione – praticamente suicida – di trafugare i piani della Morte Nera, la stazione da battaglia imperiale che farà a pezzi il pacifico pianeta di Alderaan in un sol colpo nella Nuova Speranza), come tanti prequel di cui si conosce già il cosa, Rogue One si concentra sul come: gli spazi per inventare, romanzare e infiocchettare erano ampi, e Garret Edwards (già visto al timone in due grosse produzioni come Monsters  e Godzilla) mostra di sapersi muovere con disinvoltura e un pizzico di furbizia nell’universo di Star Wars, pur senza dare, come ha fatto di recente J.J. Abrams nel “suo” Star Trek, una sua impronta riconoscibile al film… cosa che non è necessariamente un male, e di cui – comunque – in Rogue One non si sente la mancanza.

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Rogue One: tutti all’altezza. Umani e digitali

Edwards mette sulla scena tutta una nuova serie di personaggi, alcuni più riusciti e altri meno, dandogli giusto quell’alito di “vita cinematografica” necessaria ad empatizzarvi per il tempo del film… ma poco di più. Fanno tutti il loro dovere, beninteso, e si muovono correttamente dentro i limiti e le aspettative imposte dai loro personaggi, ma è evidente che la scena viene rubata – e di continuo – dalla messa in scena che proietta lo spettatore in un contesto credibile, ricco di dettagli e visivamente appagante sotto ogni punto di vista: scenari, ambienti, mezzi, costumi, effetti speciali sono di prim’ordine e ben difficilmente lasceranno scontento anche il più esigente dei fan.

Interessante, a questo proposito, notare come alcuni dei ruoli più intriganti siano riservati a un paio di creazioni interamente digitali: il droide K-2SO, che va ad aggiungersi alla già fortunata serie di creature robotiche a cui è facile affezionarsi come fossero esseri umani, e il Grand Moff Tarkin, in buona sostanza una replica computerizzata del compianto Peter Cushing, straniante nel suo tentativo (avanzatissimo, peraltro) di apparire reale senza riuscirci mai veramente.

Ottima la prova di Mads Mikkelsen (ma raramente l’attore si esprime male) nel ruolo del padre di Jyn Erso (la bella scena d’apertura sembra una citazione plateale dell’incipit di Bastardi senza gloria), sottotono – ma forse penalizzata dal montaggio – quella di Ben Mendelsohn, che non riesce mai ad assurgere alla statura di un villain temibile ma incarna invece il lato più pavido e arrivista dell’Impero.

Di Felicity Jones, invece, si è già detto e scritto tutto il possibile: va ad aggiungersi alla generazione di nuove eroine di Hollywood che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi maschi, ha una faccia sufficientemente disneyana e quel tanto di doti attoriali che non la imbarazzano a reggere il peso di ruoli importanti come questo.

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Fan service? Prevedibilmente, Edwards ce lo mette, pur senza esagerare: Rogue One resta un film e una storia indipendente che cammina con le proprie gambe, ma che rende omaggio in maniera garbata a personaggi, ambienti e situazioni degli altri film della saga: il più grande di questi “omaggi”, naturalmente, è riservato a uno dei badass più iconici della storia del cinema, a cui vengono riservate solo due scene, ma che nessuno potrà dimenticare: in particolare, la sequenza finale, oltre che costituire una connessione perfetta con Una Nuova Speranza, chiude alla grande due ore di autentico spasso per vecchi e nuovi appassionati.

Per chi ha amato, invece, gli indimenticabili temi musicali di Williams, è riservato solo un contentino fatto di accenni a quei temi, che vanno a perdersi in un commento sonoro (quello di Giacchino, così caro a Disney ma assai meno epico) di quelli senza infamia e senza lode.

Review

90%

Costumi
100%
Effetti digitali
94%
Sceneggiatura
77%

About The Author

Luca Morandi è un designer e ha lavorato per anni nel mondo della pubblicità e dei grandi eventi. Nel 2007 si è avvicinato al cosplay, da subito in maniera professionale, ed è intervenuto a tutte le più importanti fiere italiane ottenendo riconoscimenti di pubblico e nei contest.

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