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Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot

Con Lo chiamavano Jeeg Robot sbarca in Italia il film di genere, partorito dalla mente geniale di Gabriele Mainetti e reso unico da Santamaria e Marinelli.

Roma, dipinta e fotografata da mani sapienti, diviene lo scenario di attentati e vicende fra criminali. Tra i tanti c’è Ceccotti che ruba per sopravvivere.

La tecnica in medias res risulta ad hoc e mi entusiasma sempre: ci sei dentro, senza fiato, a cercare di dare un tempo e un luogo a ciò che vedi.

Il Tevere diviene la fonte della contaminazione e il luogo dove tutto ha inizio.

Il dolore del cambiamento, tipico dei nostri amati supereroi, è reso in maniera unicamente cruda, vera, necessaria.

Qui giungiamo subito ad un ragionamento indotto: quando il potere arriva nelle mani sbagliate, cosa succede?

E’ proprio qui che il supereroe si ritaglia il suo ruolo, e dall’altra parte, in attesa, c‘è il Joker che risiede in ognuno di noi. Non è solo forza fisica, è testa, riflessione, sacrificio. È la scelta giusta per te? Per noi?

Il motto di Stan Lee “da un grande potere derivano grandi responsabilità” sembra qui calzare a pennello.

Ceccotti però, non si lascia prendere da grandi riflessioni esistenziali, lascia a noi l’arduo compito di spaccarci la testa.

Scena di Lo chiamavano Jeeg Robot in cui Ceccotti/Santamaria sradica un bancomat a mani nude

Si tuffa, inconsapevole, in mirabolanti imprese criminali al limite della comicità e fa ridere tutti per la sua paradossale tenerezza.

Fino a che non arriva lei, l’illuminazione: Alessia.

Donna e bambina, saggezza e follia, tutto racchiuso nell’essere più controverso mai visto e ben interpretato da Ilenia Pastorelli.

Non è solo l’amore a cambiare il finto ruolo da criminale rivestito da Ceccotti. Alessia, figlia dell’illegalità stessa, rappresenta la scelta, il giudizio, la morale.

A lei non è stato dato alcun superpotere ma ha fatto suo il dono dell’astrazione per non dare un nome a ciò che accade nel mondo e per sentirsi protetta, non contaminata. E, a metà tra la visione nuda e cruda di Ceccotti e il mondo di Alessia, si fa strada il giusto supereroe on the road, misto di romanitas e manga giapponesi, il cavaliere oscuro de’ noantri.

Una volta dato il nome al supereroe e coperta la faccia è fatta. Non c‘è modo di spiegare l’emozione di vedere uscir fuori Jeeg Robot da Ceccotti, pezzo per pezzo, minuto dopo minuto. Come dice, saggiamente, Santamaria in alcune interviste fatte prima dell’uscita del film: “non si può spiegare, va visto”. Ogni minima particella di questo lungometraggio è puro godimento per occhi, orecchie e testa.

In Lo chiamavano Jeeg Robot non c‘è momento di sosta: sono 118 min di elettrizzante apnea.

Marinelli davanti a un murales di Ceccotti/Santamaria in una scena di Lo chiamavano Jeeg Robot

A rendere ancor più coinvolgente vi è lo strabiliante Luca Marinelli di “Non Essere Cattivo”, “La Grande Bellezza” e “La Solitudine Dei Numeri Primi”, da paragonare, senza esagerare, ad un Ledger de “Il Cavaliere Oscuro”.

Spietato, folle, senza morale e con un must alla Joker : i soldi sono sopravvalutati. Il caos e l’entropia sono i mezzi per farsi rispettare.

Il tutto avvolto nella magia cult anni 80 che lo rende ancor più ossessivo e pazzo in stile Arancia Meccanica, in cui musica e violenza concorrono ai climax emotivi.

Una volta finito, galleggiano nella memoria scatti di una fotografia impossibile da dimenticare, accompagnati dalla colonna sonora italiana di Michele Braga.

Vedere tanta straordinarietà in un contesto così routinario e comune per noi, rende tutto così possibile da far venire i brividi e da farci credere che forse lì fuori ci sia davvero qualcuno per noi.

E allora cosa dire? Salvaci, Mainetti. Salvaci, tu che puoi.

Trailer HD di Lo chiamavano Jeeg Robot

Direttamente dal canale YouTube di Lucky Red, il trailer ufficiale in HD di Lo chiamavano Jeeg Robot.

About The Author

Sono una ex cosplayer appassionata di cinema, comics e manga. Da sempre mi diletto a scrivere e seguire tutto ciò che questo fantastico mondo mi ha regalato in termini di emozioni. Attualmente lavoro per un'agenzia pubblicitaria nel cuore di Roma, alternandomi tra lavoro e studio alla Facoltà di Comunicazione di Roma Tre.

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